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La ricostruzione
La riattivazione Post bellica dei servizi essenziali PDF Stampa E-mail
        di Gesualdo Carozza   
novembre 2006
Con il rientro progressivo delle famiglie dallo sfollamento e l’inizio della ricostruzione fu necessario riattivare i servizi essenziali, parzialmente o del tutto interrotti con la distruzione del paese. Fu indispensabile, tuttavia, procedere prima allo sminamento delle strade di accesso al paese e poi trovare una sede per il Municipio, per l’Ambulatorio, la Scuola, la Posta, e provvedere al ripristino dell’acquedotto, delle fognature, della linea elettrica, del lavatoio pubblico ed alla ripulitura delle strade campestri.

La “casa comunale”
Nel mese di aprile del ’44 la retroguardia delle truppe tedesche lasciò definitivamente la nostra zona. Il 13 giugno dello stesso anno l’AMGOT  (Allied Military Governement of Occupaied Territory – Governo Militare  Alleato dei Territori Occupati ) ordinò la ripresa delle attività degli Uffici Comunali.  Immediatamente dopo il Prefetto di Chieti nominò un Commissario prefettizio (Luigi Calabrese) che provvide a trovare una sede per il Municipio,ridotto ad un cumulo di macerie, a recuperare ciò che era rimasto dell’archivio comunale sepolto dalle rovine ed a riavviare i servizi essenziali necessari alla popolazione.  
 Il Municipio fu sistemato in Piazza della Libertà a San Martino, in due angusti locali    (m 3x3x2,50) intercomunicanti, dati in affitto da Concezio D’Orazio di ruseline. Al Municipio si accedeva per mezzo di una scala esterna in pietra. La delibera n.1, datata 8 agosto 1944 del Consiglio comunale segnò la rinascita ufficiale dell’amministrazione comunale. In essa fu fatto un succinto stato dei luoghi della situazione del paese e riportato il primo bilancio economico postbellico.
Sulla questione della ricostruzione del palazzo comunale si aprì un acceso dibattito in merito alla scelta definitiva  del sito, dibattito che si protrasse per un decennio. Infine, fu deciso di ricostruire il palazzo sull’area preesistente dove nel 1952 il Municipio ritrovò la sua sede, che è quella attuale.
Ultimo aggiornamento ( novembre 2006 )
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14) La ricostruzione PDF Stampa E-mail
giugno 2006
I tedeschi, ritirandosi, avevano lasciato dietro di sé solo distruzione.
E’ immaginabile lo sconforto dei Monteneresi alla vista delle loro abitazioni ridotte a un cumulo di macerie.
Davanti ai loro occhi increduli si presentò uno scenario apocalittico: dove qualche mese prima sorgevano le loro case ora non v’era altro che cumuli di pietre, mattoni, travi e tegole frammisti a cocci di stoviglie, mobili, suppellettili in un groviglio inimmaginabile. Ma con la fortezza d’animo che li contraddistingue e con l’aiuto economico delle organizzazioni umanitarie internazionali (F.A.U./I.V.S.P. - A.F.S.C.) e manuale dei loro volontari (nell’estate del 1947 i Quaccheri dell’A.F.S.C. costruirono un asilo infantile nel Rione del Colle) in poco tempo riedificarono l’abitato, che, anzi, fu ampliato con la costruzione delle “case per senzatetto” nel Rione Fonticelle, presso l’antico Juvanum, e alla periferia del paese, in località Pianoianiero e  Fonte della Selva.

Nel Referendum del 1946 votarono 940 elettori: 352 favorevoli alla repubblica, 417 alla monarchia. Le schede bianche furono 74, i voti non validi 97.
Delle due famiglie egemoni del periodo d’anteguerra, la famiglia De Thomasis si estinse con l’ultimo discendente della casata, don Tito, il quale, morto il 4 marzo 1931, fu al centro di una controversia giudiziaria. Pare, infatti, che avesse sposato “in limine” la propria convivente, ma, in seguito al ricorso di lontani parenti del De Thomasis, il matrimonio, celebrato in realtà dopo la sua morte, fu annullato dal Tribunale di Lanciano. Il vasto patrimonio della famiglia De Thomasis fu allora smembrato tra gli eredi, così come i numerosi volumi che componevano la ricca biblioteca della famiglia.
La famiglia Croce, invece, duramente colpita dalla guerra nei propri affetti (Elisa Croce morì il 9 dicembre 1943 in seguito alla deflagrazione di una mina), ricostruì la propria casa nel Rione Fonte della Selva, ai piedi dei monti Ferrari, ma nel 1952, dopo le dimissioni di Carlo Croce da Sindaco del paese, si trasferì definitivamente a Chieti.

Ultimo aggiornamento ( giugno 2006 )
 
La ricostruzione /1 PDF Stampa E-mail
        di caroge   
maggio 2006
Il contesto

Nel maggio del ‘44, anche la retroguardia dell’esercito nazista  abbandonò il nostro territorio, lasciando dietro di sé distruzione  e prostrazione. L’operazione “terra bruciata” voluta da Kesserling  aveva raggiunto gli obiettivi prestabiliti.  Il nostro paese era un cumulo di macerie, contava 56 vittime civili per fucilazione o per scoppio di mine e l’interruzione di tutti i servizi essenziali (acqua, luce, sanità, scuola, posta, viabilità, amministrazione comunale,…) creava, in quanti rientravano dallo sfollamento, una profonda prostrazione.

In più, il comando delle forze alleate che si era installato a Casoli e che aveva predisposto la perlustrazione quotidiana della nostra zona, aveva imposto vincoli e controllo sul rientro in paese degli sfollati, al fine di prevenire ogni forma di sciacallaggio  o  altre vittime per mine che erano ancora disseminate lungo le strade di accesso al  centro urbano ed alle contrade, mine che furono progressivamente rimosse dagli alleati.

Ai capifamiglia era consentito di scavare tra le macerie  solo di giorno  per recuperare generi di prima necessità (alimentari,vestiario,utensili), di abbattere i muri pericolanti, rimuovere gli accumuli di rovine per sgombrare le strade o per ritrovare le fondamenta delle proprie case. Essi dovevano affrontare viaggi quotidiani dai paesi vicini dov’erano sfollati e dove si trovavano ancora le loro famiglie.

Ultimo aggiornamento ( maggio 2006 )
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Il difficile inizio della ricostruzione PDF Stampa E-mail
        di caroge   
luglio 2005
La Questione del sito

Dopo la ritirata delle truppe d’occupazione (primavera 1944) e il difficile e progressivo rientro dallo sfollamento forzato, il  problema più importante ed urgente da affrontare e da risolvere fu quello della ricostruzione del paese.

Nonostante la sua drammaticità, la questione sull’opportunità di abbandonare il vecchio sito, troppo arroccato sulla rupe, di difficile accesso, scomodo e impossibile per una ricostruzione razionale e più moderna delle case e dei servizi, e di riedificare il paese “ex novo” a Fonticelle, località distante circa 2 Km dal centro distrutto, lungo la strada che porta a Torricella Peligna e a Palena, sollevò un acceso dibattito nella comunità locale.

La discussione sul sito fu viva, a tratti aspra. Essa interessò non solo i capi famiglia  e le autorità locali, ma anche le autorità di governo che fecero una visita in loco e, in occasione della preparazione del Piano di ricostruzione, con una raccomandazione ad hoc, appoggiarono l’opportunità di  cogliere l’occasione per migliorare la topografia di Montenerodomo, riedificandolo in una zona meno scoscesa,  più facilmente accessibile ai mezzi di trasporto, meno esposta ai venti e più comoda per tutta la popolazione: la piana di Juvanum, appunto località Fonticelle.


Ultimo aggiornamento ( novembre 2006 )
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