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Emigrazione
Prefazione PDF Stampa E-mail
        di caroge   
luglio 2005
L’EMIGRAZIONE da Montenerodomo iniziò nel periodo dell’Unità d’Italia (1861)  e continuò  con una progressione costante  fino alla prima guerra mondiale  (‘15-18). Dopo  una pausa obbligata dovuta alla guerra  essa riprese lentamente, ma con qualche difficoltà,  durante gli anni ’20 e ’30.  Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, il flusso migratorio dal nostro paese andò progressivamente intensificandosi, toccando punte altissime alla fine degli  anni ’50 – inizio ’60.  In quel periodo la popolazione di Montenero si  dimezzò.

I Paesi  d’emigrazione oltre oceano preferiti  dai monteneresi sono sempre stati gli USA, l’Argentina, il Canada, l’Australia e il Venezuela. Molti altri monteneresi emigrarono in Belgio, Francia, Lussemburgo, Svizzera, Germania e Gran Bretagna. Negli anni del “boom” economico italiano(‘60), molti concittadini andarono a lavorare  nelle grandi città industriali del Nord Italia. 
Ultimo aggiornamento ( agosto 2005 )
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L'emigrazione verso il Canada PDF Stampa E-mail
ottobre 2006
L’emigrazione italiana diretta verso il Canada si fece massiccia solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, infatti nel periodo precedente fu molto limitata a causa di eventi storici e politici riscontrati nei due Paesi.

Alle leggi fasciste antimigratorie, si affiancava una politica emigratoria restrittiva instaurata dal governo canadese che, nel 1939 con un decreto, vietò l’ingresso nel Paese dei cittadini appartenenti ai paesi nemici (tra cui l’Italia).

Bisognerà aspettare il 1951 per l’abrogazione del precedente decreto e fu allora che l’emigrazione italiana riprese con gran fervore, tanto da raggiungere, dal 1946 al 1960, una quota di espatri di circa 400.000 unità; al secondo posto solo dopo l’emigrazione dei paesi anglosassoni.

Negli anni successivi al secondo conflitto mondiale si passò da una richiesta di manodopera non qualificata, adibita ai lavori per l’urbanizzazione dello Stato, ad una più specializzata pronta a garantire una crescita industriale del paese.

Le richieste di lavoro da parte del governo canadese, insieme a quelle di altri Stati, arrivarono presto negli uffici di occupazione dei vari comuni, e poi, in base al numero delle adesioni si sceglievano gli interessati. Già nel presentare le domande, l’impiegato distoglieva coloro che avevano meno possibilità di partire (in particolar modo gli anziani o chi aveva avuto qualche problema con la giustizia).

Nel comune di Montenerodomo le prime richieste risalgono agli inizi del ’51, quando all’ufficio di collocamento pervenne la richiesta di 5 unità da destinare a lavori agricoli. Comunque sia, il primo gruppo diretto verso il Canada era formato da 5 giovani; i quali partirono senza altri componenti della famiglia e, come era consuetudine, avrebbero eseguito l’atto di richiamo solo dopo essersi stabiliti e certi di poter sostenere economicamente il resto del nucleo familiare.

Se si considera che mezzo secolo prima, i nostri emigranti in America erano chiamati “birds of passage” per via della loro breve permanenza, spesso corrispondente ai periodi “morti” del calendario “agricolo”; lo spirito di emigrazione nel dopoguerra era cambiato. Ormai l’oltreoceano rappresentava un punto di solo arrivo, poiché la legislazione emigratoria stabiliva che il periodo minimo di permanenza doveva essere di un anno, inoltre, il salario base non permetteva di estinguere i debiti e pagare il biglietto di ritorno. A differenza del periodo precedente, quando la popolazione cercava di fuggire al malcontento causato dall’Unità d’Italia, negli anni in questione, abbandonava con dolore un’Italia che distrutta da una guerra irresponsabile, faticava a rinascere. Fu proprio questa forza di volontà a sacrificare la gioventù verso un mondo tutto sconosciuto ed ad incoraggiare i nostri pionieri ad emigrare. Prima di partire i nostri compaesani dovettero recarsi a Napoli per i previsti controlli sanitari e nel momento in cui risultarono sani, furono costretti a contrarre un debito almeno per pagare il biglietto di andata. Nella maggior parte dei casi, i soldi provenivano da famiglie che precedentemente avevano fatto fortuna in America.

Gli emigranti cominciarono così una nuova esperienza: presero il treno alla stazione di Palena ed arrivarono a Napoli dove s’imbarcarono. Il viaggio durava 13 giorni, ma già la vita nella nave anticipava la bolgia di lingue, o più precisamente dialetti, visto che i passeggeri provenivano prevalentemente dalle varie regioni dell’Italia centro-meridionale.
C’erano adulti, intere famiglie, bambini, i quali spesse volte al disagio per lo sradicamento dal proprio habitat, si accompagnavano i lamenti per le infezioni contratte durante il viaggio, dovute al cambiamento di clima e soprattutto alla scarsa igiene sulle navi. A tal proposito è rappresentativo il ricordo di una donna partita per raggiungere il marito, quando sulla nave non riusciva a calmare i pianti della figlia di pochi anni a causa delle bolle nella bocca che non le permettevano nemmeno di mangiare.

Ultimo aggiornamento ( ottobre 2006 )
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L'Emigrazione da Montenerodomo PDF Stampa E-mail
        di sonia tamburrino   
aprile 2005
La storia dell’emigrazione da Montenerodomo è stata influenzata dalle vicende sviluppatesi nelle aree interne del nostro Meridione, accomunate da caratteristiche orografiche e sociali non proprio favorevoli ad uno sviluppo locale  autonomo.

Il flusso migratorio che ha interessato il nostro paese ha profonde radici nella storia e nel tempo, anche se il suo filo conduttore è da ricondurre ad un’unica parola: “povertà”, ossia al disagio economico e sociale generale cui neanche il “Nuovo Regno d’Italia” era riuscito a porre rimedio
Periodo pre unitario fino alla seconda guerra mondiale

Ripercorrendo le varie fasi dell’emigrazione, già a partire dalla metà dell’800 si avvia una forma embrionale di emigra zione, detta “stagionale”, caratterizzata da più o meno brevi intervalli di tempo e generalmente verso in regioni non eccessivamente distanti dal luogo di residenza

Dopo il 1870 il fenomeno inizia ad assumere profili più definiti. L’Unità d’Italia, non accompagnata da politiche sociali ed economiche in grado di soddisfare le esigenze dei più, genera nel Sud Italia un forte disagio ed un diffuso malcontento, che pose buona parte della popolazione di fronte ad una dura scelta: aderire alle bande sovversive (briganti) che spadroneggiavano in gran parte del territorio o trasferirsi altrove “in cerca di pane”.

Ultimo aggiornamento ( giugno 2006 )
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L'Emigrazione dopo la seconda guerra mondiale PDF Stampa E-mail
        di sonia tamburrino   
luglio 2005
Il flusso migratorio si è intensificato dopo la liberazione dell’Italia da parte degli alleati.

Il paese dilaniato dalla fame e dalla distruzione è stato incapace di garantire il sostentamento ai propri abitanti, per cui, ancora una volta, la povertà ha portato gli individui a cercare “pane” altrove.

Nel dopoguerra si è registrato un alto tasso di espatri, tant’è che dal 1951 al 1971, la popolazione è diminuita del 42% (da 2002 a 1276 abitanti). Per quanto riguarda l’immediato dopoguerra, nell’archivio comunale è conservata una significativa documentazione di reclutamento di minatori nelle miniere della Sardegna (1948): in tali scritti si precisano i guadagni e gli eventuali consumi (vitto, alloggio e pulizia) spettanti a chi avesse voluto intraprendere questa ennesima esperienza. Ciò nonostante, i monteneresi hanno preferito la ormai nota strada dell’Oltreoceano.
Ultimo aggiornamento ( luglio 2005 )
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L’emigrazione verso l’Australia PDF Stampa E-mail
giugno 2006
La seconda Guerra Mondiale ha segnato negli animi dei monteneresi la rottura degli equilibri economico-sociali, già precari nel periodo pre-bellico. Alla distruzione fisica del paese si affiancavano le ferite morali, ancora più latenti e difficili da rimarginare; basti pensare che nel periodo 1944-1945, sono morte 72 persone, di cui 55 civili e 17 militari.

Gli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale segnarono ancora un’altra dura prova per i monteneresi, i quali, non potendosi avvalere delle risorse interne, fecero ricorso alla via dell’emigrazione.

In una relazione redatta nel 1954 da un’assistente sociale riguardo alla fluttuazione demografica, viene riportato quanto segue: “il numero degli abitanti è soggetto a forti oscillazioni, a causa delle precarie condizioni economiche degli abitanti, i quali, non trovando sul luogo possibilità di occupazione, non esitano ad allontanarsi, non appena si prospetti loro la possibilità di una qualsiasi sistemazione”. Dalla stessa, inoltre, viene riportato che la destinazione era subordinata alla retribuzione, e non al tipo di lavoro, al clima, alla lingua od al “modus vivendi”.

Tuttavia, rispetto al periodo antecedente la grande guerra, il flusso migratorio subì un cambiamento di destinazione. Infatti, alla restrizione del numero degli immigrati in America del Nord (a seguito della Legge “Quota Act” del 19-05-1921), si aggiungeva la dura crisi economica che s’imbatteva nell’America Latina.

Parallelamente alle misure limitative delle Americhe, in Australia veniva avviato un programma d’immigrazione lanciato nell’agosto del 1945 dal Ministro Arthur Calwell, che prevedeva il popolamento e lo sfruttamento delle risorse. La Nuova America, fino ad allora non era stata una destinazione molto richiesta, sia perché era un continente ancora sconosciuto, sia per la distanza che rappresentava l’impossibilità ad un ritorno imminente.
Ultimo aggiornamento ( giugno 2006 )
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