Itinerari
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Percorso delle Mura Megalitiche |
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giovedì 05 giugno 2008 |
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Da Piazza De Thomasis si raggiunge, attraverso Via Brigata Maiella, il Rione Fonte della Selva e si prosegue sulla vecchia mulattiera che inizia in prossimità della fontana che dà il nome alla località, e, oltrepassato il valico della Serra, si giunge all’area attrezzata per la sosta e il ristoro costruita ai piedi del Colle della Guardia, dalla quale inizia il percorso che conduce ai resti delle Mura Megalitiche di Monte di Maio e dello stesso Colle della Guardia, poderose muraglie in opera poligonale (massi calcarei grezzi o appena sbozzati, di moderate dimensioni, sovrapposti senza cemento e tenuti insieme dal loro stesso peso), erette in epoca pre-romana sulle aree sommitali di queste alture che recintavano gli “oppida” che, oltre alla funzione difensiva, avevano anche quella simbolica di rituale presa di possesso del territorio. Seguendo il sentiero tracciato sul versante orientale che costeggia la pineta, si ascende sulla sommità del Colle della Guardia. Quest’altura (1276 m.), situata al centro dei rilievi che si interpongono tra le vallate del Sangro e dell’Aventino, doveva rivestire notevole importanza strategica presso il popolo carecino , il quale, tra il VI e il IV secolo a. C., vi costruì un centro fortificato (“oppidum”). Dal toponimo “Guardia”, rimasto invariato nel corso dei secoli, si può dedurre che la funzione ricoperta da questo centro fortificato era esclusivamente militare. L’oppidum di Colle della Guardia era, con tutta probabilità, un piccolo centro di vedetta con funzione di controllo della viabilità e, vista la disposizione degli altri recinti fortificati, anche di difesa tattica, a breve raggio. Dalla sua sommità, infatti, luogo ancor oggi di eccezionale belvedere, oltre a presidiare il tracciato viario passante attraverso il Valico della Serra, era possibile il controllo ottico di tutto il territorio compreso tra i Monti Pizzi e il Monte Pallano, sedi , rispettivamente, dell’oppidum carecino di Lisciapalazzo e del grande centro fortificato (le “mura paladine”) dei Lucani settentrionali. Esplorato da Ezio Mattiocco e dall’inglese Stephen Oakley, consta di un perimetro fortificato di circa 330 metri di lunghezza che, sfruttando anche i banchi rocciosi affioranti sul versante occidentale e settentrionale, che dotavano il recinto di un’ottima difesa naturale, recintava le due alture del colle delimitando un'area di circa 5.000 mq. Sono oggi visibili i resti delle mura che difendevano il versante orientale, per una lunghezza di circa 80 metri e con altezza limitata a una-due file di massi, sovrapposti a secco, e di quelle del versante meridionale, disposte a “V” e conservate, invece, per una lunghezza di circa 40 metri e per un’altezza che in qualche punto supera il metro e mezzo. Il centro fortificato di Colle della Guardia, resti della cinta muraria meridionale Non ancora studiato sistematicamente, al momento non ha restituito resti di abitazioni probabilmente perché costruite in legno e pietrame a secco, nonché per la legge di massimo recupero (con conseguente riciclo di tegolame e di altro materiale edilizio). Lasciato il recinto fortificato di Colle della Guardia e proseguendo il cammino in direzione est, si aggira l’altura seguendo un sentiero totalmente immerso nel bosco che conduce alla sorgente perenne di “font’jeisc”, dalla quale inizia l’arrampicata sul Monte di Maio. Il Monte di Maio è una piccola catena montuosa costituita da una serie di alture, oggi totalmente boscose, con orientamento sud-est/nord-ovest di altitudine compresa tra i 1136 metri della cresta più occidentale e i 1234 metri di quella più orientale. Facendosi strada tra la folta vegetazione che ostacola il cammino, percorrendo il sentiero tracciato sulla sommità delle alture, dopo aver superato le prime due creste e oltrepassato la “Morgia della Lucina”, in corrispondenza della terza altura, in un punto di passaggio obbligato dove il terreno diventa improvvisamente pianeggiante (la “chianetta dell’albero tondo”), è rinvenibile il basamento di un edificio. Di forma quadrata e di modeste dimensioni ( m 5,50 x m. 5,50) è costruito con tecnica “poligonale”. Le mura, dello spessore di circa un metro, sono ben conservate nel paramento meridionale e orientale e nell’angolo tra essi interposto, dove raggiungono l’altezza di circa 1,20 metri. Considerato che si trova edificato sulla sommità del monte in un punto facilmente visibile dall’intero sistema difensivo occidentale del nucleo tribale carecino (Monte La Rocca, Lisciapalazzo, Colle della Guardia, Monte di Maio, Montenerodomo), veniva utilizzato per allertare, probabilmente con l’uso del fuoco, l’intera etnia in caso di pericolo imminente. A non molta distanza, più in basso e in direzione nord, in un’ampia radura (la “chiana di Monte di Maio”), si rinvengono, infine, le vestigia del grande “oppidum” di Monte di Maio. La rigogliosa vegetazione che copre l’intera area non ha ancora permesso il rilievo completo dell’intera planimetria del centro fortificato che, sicuramente molto più esteso di quello esistente sul Colle della Guardia, inglobava le ultime tre alture di Monte di Maio potendo dare rifugio, in caso di necessità, agli abitanti (e agli armati) degli insediamenti situati nelle valli sottostanti. I resti più imponenti sono rappresentati da due cinte murarie, quasi parallele tra di loro. Queste mura poligonali, costruite con tecnica meno accurata di quella usata per le fortificazioni di Montenerodomo, difendevano il versante orientale, l’unico facilmente accessibile, dell’oppidum di Monte di Maio. Il versante occidentale, invece, era protetto da alte pareti rocciose strapiombanti, quello meridionale dal centro fortificato di Colle della Guardia, mentre a settentrione, il sistema difensivo sfruttava i banchi di roccia affioranti, rinforzati da piccole muraglie nei punti dove erano presenti varchi naturali adatti al passaggio, che si integravano con le anzidette cinte murarie. La cinta muraria esterna, eretta più in basso, consta di pochi filari di massi di dimensioni contenute (circa 80 centimetri di spessore) che raggiungono l’altezza massima di circa un metro e mezzo e sono rintracciabili per poco più di 20 metri. E’ costruita addossata alla collina, inclinata verso di essa, e presenta solamente il paramento anteriore, con interposizione, tra questo e la collina, per uno spessore di due metri, di pietrame di riempimento di piccole dimensioni. |
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Ultimo aggiornamento ( giovedì 05 giugno 2008 )
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giovedì 05 giugno 2008 |
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PERCORSO DELLA PIETRA Lasciata Piazza De Thomasis ci si immette in Salita della Torre, a metà della quale, su un costone roccioso, sono presenti i resti di un torrione eretto nel medioevo sulla sommità di un arco a guardia della “porta di San Martino” (ingresso sud dell’abitato in quell’epoca) che era situata immediatamente in basso all’inizio dell’attuale scalinata che, con un percorso ad esse, conduce in Piazza Benedetto Croce. Soffermandosi poco oltre, alla fine della prima rampa lo sguardo viene attratto da un muro possente elevato sulle rocce a strapiombo che rappresentavano un baluardo difensivo naturale, inattaccabile dell’abitato medioevale. In parte crollato, conserva ancora la grandiosità della costruzione di cui rappresentava la facciata nord-orientale. Era, questa, la casa della famiglia Croce (dove –scrive Benedetto Croce- vissero ab antico i miei maggiori) che, con la sua imponenza, giungeva ad occupare metà della piazza attuale, intitolata al filosofo, dove una lapide, apposta nel 1967 su una cornice dell’edificio, e attualmente in fase di ristrutturazione, così ricordava l’ascendenza paterna dell’illustre abruzzese: QUI’ DISTRUTTA DALLA GUERRA SORGEVA LA CASA DEGLI AVI DI BENEDETTO CROCE CHE CON LA SUA OPERA IMMORTALE RESE SACRO QUESTO LUOGO. I resti del Palazzo Croce Giunti in piazza, il tempo di soffermarsi ad ammirare lo stupendo panorama che da qui si gode, si è colpiti da due enormi pietre miliari di epoca romana murate nel muro di sostegno della scalinata, che conduce sul sagrato della chiesa di San Martino. Questa, costruita nel XIV secolo, è stata più volte oggetto di lavori di consolidamento e di restauro che, nel corso dei secoli, ne hanno modificato l’aspetto originale. In particolare, dopo gli ultimi lavori (1979/84), il campanile, prima edificato sulla sommità della facciata, è stato ricostruito sulla sinistra, staccato dalla costruzione. La Chiesa Madre All’interno la chiesa conserva, oltre ad alcuni pregevoli dipinti, opera del pittore Franco Di Virgilio, e a quattro belle vetrate istoriate, il marmoreo fonte battesimale e un ottocentesco coro ligneo, mentre una croce processionale, con raffigurazioni in rilievo del 1610, è purtroppo andata perduta, così come il bastone argenteo che ornava la statua di San Rocco, nonché il cuore d’argento trafitto da sette piccole spade d’oro che abbelliva quella dell’Addolorata. Non è più visibile, infine, perché nascosta dall’attuale, la pavimentazione originaria costituita da grossi e squadrati lastroni in pietra (le tipiche “lisce”). Alla sinistra della chiesa sorgeva la casa dove, nel 1767, vide la luce Giuseppe De Thomasis. Non più ricostruita dopo la seconda guerra mondiale, di essa è ben conservata solo la facciata nord-orientale, costruita con grandi pietre squadrate, che ne lasciano ben immaginare la maestosità di un tempo. La casa natale di Giuseppe De Thomasis Sulle sue rovine, alla sommità del colle, è stato realizzato un punto di osservazione panoramico, dal quale, nelle giornate limpide, l’occhio riesce a scorgere il mare Adriatico, le isole Tremiti e perfino le coste dalmate, mentre, nelle notti estive, il cielo stellato può essere contemplato in tutta la sua maestosità. Ridiscesi in Piazza Croce e visitata la mostra di immagini e foto d’epoca allestita al pianterreno della casa comunale, si riprende il cammino dirigendosi verso il Rione San Martino. Dopo averlo attraversato l’itinerario prevede la visita degli imponenti resti delle Mura Megalitiche che cingevano l’oppidum carecino di Montenerodomo. Queste mura, integrandosi con le difese naturali, fortificavano tutta l’area oggi occupata dal centro storico, dal Rione San Martino e da Pianoianiero. Della roccaforte sannitica si conservano ancora oggi diversi tratti di mura. I resti più imponenti si trovano nella parte occidentale dell’abitato moderno, presso la pineta e, adiacente alla cabina dell’ENEL, a sostegno dell’attuale Via Rossini. Il tratto di mura meglio conservato è quello che decorre sottostante la pineta. Esteso per una lunghezza di quasi 30 metri, raggiunge l’altezza di oltre 2 metri e altrettanti di spessore e si integra, da ambo i lati, con banchi rocciosi naturali. La cinta muraria segue fedelmente il terreno e i blocchi calcarei di cui è composta, rudemente sbozzati, sono posti gli uni sugli altri senza creare una facciavista regolare. Quelli della prima fila sono di dimensioni minori rispetto ai soprastanti, mentre il paramento anteriore appare lievemente inclinato verso il pendio del monte. Mura megalitiche del versante occidentale dell’oppidum di Montenerodomo, |
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Ultimo aggiornamento ( giovedì 05 giugno 2008 )
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