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Montenero nel tempo: Il periodo Sannita PDF Stampa E-mail
martedì 26 febbraio 2008
ImageIn epoca protostorica, Montenerodomo era un “oppidum” (città fortificata) dei Carecini, tribù sannita discendente da popolazioni di stirpe ariana che, provenienti dall’Europa nord-orientale, arrivarono in Italia attorno al II millennio a. C. . Il gruppo di popoli che si stanziò nell’Italia centro-meridionale, a partire dall’VIII secolo a. C., venne identificato come popolazioni sabello-sannitiche. Essi, occupandone il territorio, si fusero con le popolazioni indigene assoggettate (gli Osci) dai quali acquisirono la lingua. Dediti principalmente alla pastorizia e alla caccia, i Sanniti praticavano il rito tribale del “ver sacrum” (la primavera sacra), probabilmente per mantenere inalterato l’equilibrio tra la popolazione e il territorio sfruttato, che consisteva, nel sacrificare, sopprimendola, ogni forma di vita nata nel periodo dedicato alle cerimonie lustrali. Col passare del tempo, questo macabro rituale venne sostituito da una diaspora coatta dei ventenni che, con pochi capi di bestiame, venivano allontanati dai propri villaggi e costretti in tal modo a colonizzare nuove terre. Fu probabilmente attraverso questa pratica che la tribù dei Carecini, così come quelle dei Pentri e dei Frentani, andò via via differenziandosi dal ceppo sannita acquisendo una propria individualità, sia nel nome che nei luoghi di stanziamento. Il loro territorio, esteso per circa 900 Kmq, era delimitato a nord e ad ovest dalla Maiella e dai Monti Pizzi, che li dividevano dai Marrucini e dai Peligni, a sud dal torrente Parello e ad est dall’alto e medio corso del Sangro, a confine con  Pentri, Lucani settentrionali e Frentani.

Caratteristica di questo popolo era quella di non formare grandi agglomerati urbani, ma di presidiare il territorio mediante piccoli e numerosi insediamenti sparsi nelle vallate e costruire, sulla sommità di alture e colline, recinti fortificati da imponenti mura (i già ricordati “oppida”) a controllo delle valli sottostanti e dei tracciati viari.
Il principale centro fortificato dei Carecini meridionali (chiamati “Infernates”, mentre quelli settentrionali erano detti “Supernates”), l’unico  che, oltre a poter dare rifugio, in caso di pericolo, alla popolazione disseminata nella vallata, giovandosi di possenti strutture difensive, potesse anche contenere un abitato era certamente quello di Montenerodomo.
Le mura che cingevano quest’oppidum, integrandosi con le difese naturali, fortificavano tutta l’area oggi occupata dal centro storico, dal Rione San Martino e da Pianoianiero.

Della roccaforte sannitica si conservano ancora oggi diversi tratti di mura megalitiche. I resti più imponenti si trovano nella parte occidentale dell’abitato moderno, presso la pineta e, adiacente alla cabina dell’ENEL, a sostegno dell’attuale Via Rossini. Il tratto di mura meglio conservato è quello che decorre sottostante la pineta. Esteso per una lunghezza di quasi 30 metri, raggiunge l’altezza di oltre 2 metri e altrettanti di spessore e si integra, da ambo i lati, con banchi rocciosi naturali. La cinta muraria segue fedelmente il terreno e i blocchi calcarei di cui è composta, rudemente sbozzati, sono posti gli uni sugli altri senza creare una facciavista regolare. Quelli della prima fila sono di dimensioni minori rispetto ai soprastanti (rispettivamente cm 60x70 e cm 90x110), mentre il paramento anteriore appare lievemente inclinato verso il pendio del monte.


Ultimo aggiornamento ( mercoledì 27 febbraio 2008 )
 
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